Un cinema ci salverà

A partire dal 17 di novembre, per due settimane, vi presenteremo quattro brevi racconti – in uscita rispettivamente il martedì e il giovedì – tratti dalla raccolta Istantanee – Snapshots, redatti da Alessia Marinoni e disponibili sia in versione originale italiana che in versione tradotta in inglese.

Storia di un vecchio nuovo cinema

La prima lezione della giornata è sempre la più dura. In più oramai questi occhiali sono da cambiare, non vedo nemmeno più la lavagna dall’ultima fila. Potrei anche sedermi più vicino ma le prime file sono sempre piene e se qualcuno mi si sedesse di fianco non saprei come fare conversazione. I primi giorni di università sono i più imbarazzanti. Di solito non sono uno timido ma trovare un argomento di conversazione con uno sconosciuto mi mette in imbarazzo, ho sempre paura di essere banale. Tipo “non è che hai una penna da prestarmi?” oppure “ma sai per caso com’è il prof all’esame?”. Allora mi siedo in fondo e sono sicuro che nessuno mi disturbi.

Allo stesso tempo, però, mi manca quel clima di spensieratezza che si era creato con i miei compagni della triennale. Già, fino a qualche mese fa vivevo in un paesino di poco meno di 4000 abitanti, nel profondo sud d’Italia. Facevo il pendolare ogni giorno per arrivare in università, in una città vicina. Tutti i miei amici venivano dalla mia stessa zona e quando volevamo vederci bastava una telefonata: -Oh Marco, guarda che passo da te fra mezz’ora,- E Marco, dopo mezz’ora, sarebbe stato davanti a casa sua ad aspettarmi. 

-Che si fa stasera?

-Boh, pensavo a una birra in centro. Oppure all’Arlecchino danno un paio di film interessanti.

-Dai, allora vada per il cinema,- E immancabilmente dopo il cinema si finiva a parlare e fare tardi.

Il cinema era una vecchissima sala che resisteva ormai da tantissimi anni. Da che ne ho memoria è sempre stato lì, in una traversa di via Mazzini, una delle vie principali del paese, di fianco al panificio e alla scuola elementare. A ripensarci sembra un luogo senza tempo. Anche il suo gestore si direbbe sospeso in una dimensione temporale parallela: lo ricordo anziano, con i capelli bianchi, già da quando ero bambino. Chissà, forse è il potere del cinema: non fa invecchiare mai. O fa invecchiare troppo velocemente, dipende dai punti di vista. 

Il sabato sera è l’Arlechino che illumina il centro del paese. Alcune famiglie con bambini stanno in coda per lo spettacolo delle 20 mentre dei gruppi di ragazzini, alle prime uscite senza genitori, vogliono sperimentare un po’ liberà e quindi cercano di tirare tardi per avere la scusa e comprare i biglietti per l’ultimo spettacolo. 

-E quindi a settembre?

-Te l’ho detto, Marco. Mi trasferisco.

-Quindi mi lasci da solo in questo paese di vecchi. Marco ride ma so che è un po’ triste. Insieme ci siamo sempre divertiti, sarà difficile stare così lontani. Sì, c’è sempre il telefono ma non sarà la stessa cosa. Come i ragazzini di prima, anch’io voglio sperimentare un po’ di libertà. Il mio paese mi piace ma dopo la laurea mi stava sempre più stretto. Così ho iniziato a guardarmi in giro per trovare qualche alternativa ed eccola lì: la magistrale dei miei sogni, solo a 700 km da casa. 

Settembre è arrivato: con una valigia piena zeppa e bagnata dalle tante lacrime versate da mamma sono salito sul treno che mi avrebbe portato alla mia nuova casa. 

Sono poco più di tre settimane, oramai, che vivo qui. Ho voluto spostarmi un po’ prima dell’inizio delle lezioni per ambientarmi meglio. Missione fallita. Passo le giornate al computer o a girare e rigirare per il quartiere. Per ora, la casa è ancora vuota. O meglio, una delle altre tre stanze, oltre alla mia, è già occupata da una ragazza che però è quasi sempre fuori casa. Lei è qui già da qualche anno e ha il suo gruppo di amici. Cosa darei per passare direttamente alla fase in cui anch’io avrò il mio e non dovrò più interrogarmi su cosa fare tutto il giorno. Devo ammetterlo, mi sento solo. Ho sempre apprezzato la solitudine ma l’idea di essere in una città completamente sconosciuta e senza nessun amico su cui contare mi terrorizza. È strano perché non ci avevo mai pensato prima. 

Poi iniziano le lezioni. Ci sono così tanti studenti che sarebbe difficile ricordarsi la faccia di tutti. Scambio quattro chiacchiere con uno, poi il giorno dopo è sparito in mezzo alla folla. Allora cerco di fare conversazione con un altro ma subisce lo stesso destino. A volte sembra che tutti si conoscano già e io mi sento tagliato fuori. 

La sera mi pesa: cerco di studiare, prepararmi per il giorno dopo, distrarmi. Ma mangiare da solo mi butta giù di morale. Ogni tanto sento Marco e gli altri.

Stasera andiamo all’Arlecchino, fanno uno spettacolo gratis. Te l’hanno detto i tuoi? Il proprietario ha deciso di chiuderlo, dice che è troppo vecchio e le spese da pagare sono troppo alte. Quindi stasera offre il biglietto a tutti e poi chi si è visto, si è visto. 

Chissà perché la notizia mi coglie impreparato. Non mi ero reso contro di quanto fosse stato centrale l’Arlecchino durante la mia infanzia e gioventù. Non mi ero reso contro di quanti ricordi avessi legati a quel luogo. Mi immagino la traversa di via Mazzini vuota e buia. 

-Peccato, vorrei esserci anch’io. Divertitevi ragazzi, – Butto giù il telefono e scoppio a piangere. Chissà perché mi sembra così difficile ora essere lontano da casa. Eppure, è tutta l’estate che ci penso, che faccio progetti e che sogno la mia indipendenza. Non pensavo che l’indipendenza avesse questa forma. Forse è meglio uscire, prendere una boccata d’aria, stare in casa un’altra sera non aiuta. In questi giorni avrò fatto il giro dell’isolato almeno cento volte eppure non mi sono mai soffermato sui dettagli. C’è lo studentato, nella via di fianco a casa mia, ma non vedo mai nessuno. Forse è ancora troppo presto, le lezioni, per la maggior parte delle facoltà, inizieranno solo fra un paio di settimane. Poi c’è la caserma dei carabinieri, un bar all’angolo dove a volte mi fermo a fare colazione e un parco. Il parco l’ho attraversato già diverse volte e ho sempre notato alcuni studenti che, in gruppo, si preparavano agli esami della sessione autunnale mentre altri suonavano e cantavano. A volte, se tengo la finestra di camera mia aperta, li sento cantare. A me non dispiace ma non è raro che qualcuno gli urli di stare zitti. 

I parchi di notte mi hanno sempre messo addosso una certa angoscia, preferisco non addentrarmici. Però, il buio, mi dà l’occasione di vedere le strutture che gli stanno a fianco in una prospettiva diversa. C’è un’insegna luminosa con una scritta: Nuovo Cinema Nosadella. Un cinema? Dall’esterno non si direbbe. Mi convinco ad avvicinarmi per indagare meglio. Le due strutture che costeggiano il parco sono identiche l’una all’altra. Quella di sinistra, però, sembra riempita di uffici. Quella di destra, invece, parrebbe essere un cinema. 

La luce dentro è accesa ma non si intravede nessuno. Faccio il giro dello stabile fino ad arrivare a un’altra entrata, che dà sulla via parallela rispetto a quella dalla quale arrivavo. Anche qui si intravede una luce e delle locandine ma con questi occhiali non riesco a leggere nulla. Faccio per svoltare l’angolo e mi ritrovo faccia a faccia con una figura incappucciata. Per poco non mi prende un colpo. Lo sapevo, non sarei dovuto entrare, i parchi di notte sono luoghi pericolosi, mi aveva avvisato mia mamma e ora ne pagherò le conseguenze. Mentre sono perso nei miei pensieri catastrofici noto che, in realtà, anche quello che pensavo essere un losco trafficante di organi, alla luce che proviene dalle porte del cinema sembra essere un ragazzo come me, e anche un po’ spaventato. Ci guardiamo in faccia e scoppiamo a ridere, forse per stemperare la tensione.

-Scusami, non pensavo ci fosse altra gente, – gli dico.

-In realtà nemmeno io. Mi sono trasferito da poco, facevo un giro e ho visto che qui c’è un cinema.

-Anch’io! Ma non si vede nessuno. 

In quel preciso istante si apre la porta principale. Escono una decina di persone che si disperdono per il parco e, subito dopo, un signore sulla sessantina che si appresta a spegnere tutte le luci e chiudere la porta a chiave. Vedendoci lì impalati ci chiede se stessimo cercando qualcuno. 

-No, capitavamo di qui e…ma c’è sempre stato questo cinema? Sono passato di qui tante volte eppure non l’ho mai notato.

Il mio nuovo amico è di sicuro più sfacciato di me. 

L’uomo ride. -Sì, certo non è sempre stato qui ma diciamo che è già da qualche anno che ogni giorno apro e chiudo questa porta al pubblico. 

-Io pensavo che qui ci fossero solo case e uffici. Scusi se glielo dico ma dall’esterno non sembra proprio un cinema.

-Perché non lo era. Prima io e mio fratello avevamo una sala un po’ più piccola in Via Nosadella ma il comune si è ripreso quello spazio e l’unico altro spazio disponibile era questo, un ex macello. L’abbiamo ristrutturato ma, insomma, non siamo riusciti a fare granché. I fondi sono quello che sono e riusciamo a pagare l’affitto solo grazie a una collaborazione con l’università. 

-Cioè? – a questo punto sono io a essere curioso. 

-Cioè cediamo lo spazio all’università durante il giorno, così i professori hanno due aule belle grandi in più per fare lezione. Apro la mattina presto e chiudo la sera tardi e durante il giorno mi occupo di programmare eventi o scegliere i film che proietterò. 

Notando che diamo un’occhiata alle locandine esposte, il gestore riprende -Sì ma non è che decida proprio tutto, tutto io. Cioè quei film che attirano il pubblico devo metterli per forza in programmazione, altrimenti qui non ce la facciamo. E se chiudiamo anche noi questa zona muore, come è morta via Nosadella quando abbiamo dovuto chiudere il vecchio cinema. Nonostante gli sforzi le sale non sono mai piene. Io l’ho sempre detto a mio fratello: meglio una sala più piccola che sembra sempre piena che due sale grandi e sempre vuote. Il pubblico non vuole stare seduto nel centro di una sala vuota. Però le scelte erano quelle che erano. 

-E lei che eventi vorrebbe organizzare invece?

-Ogni tanto cerco di chiamare qualche regista minore, con un pubblico un po’ più ristretto in modo da poter creare un dibattito intorno al film con la partecipazione degli spettatori. Anche stasera c’è stato un incontro, uno di quelli che avete visto uscire era il regista del film che abbiamo proiettato. Sì, è vero, piange il cuore a vedere la sala quasi vuota ma è questo che mi ha sempre affascinato di questa professione. Anche se alcuni mesi è dura. Se scegliessimo di proiettare solo blockbuster forse riusciremmo a guadagnare qualcosa in più ma è una cosa che sia io che mio fratello ci siamo sempre rifiutati di fare. Nulla in contrario ai blockbuster ma vogliamo tenerci questo piccolo sfizio che è quello che, da giovani, ci aveva spinto ad aprire il nostro vecchio cinema. Siete capitati nella serata sbagliata, se vedeste quanta gente c’è qui quando facciamo le prime di quei film americani che piacciono tanto.

Guardando l’orologio ha un sussulto. -È tardissimo! Devo scappare, domani mattina gli studenti hanno lezione alle 8 e chi la sente la professoressa di diritto penale se non le apro il cinema in tempo. Spero di vedervi presto ragazzi, nella serata giusta!

Prima di riuscire a salutarlo, è già sparito in sella alla sua bici. Noi due ci guardiamo in faccia. 

-Ah comunque piacere, Federico.

Una serata fortunata, in un colpo solo ho trovato quello che mi serviva: un cinema e un amico. 

Mi chiamo Alessia Marinoni, sono nata una mattina d’estate di venticinque anni fa nell’hinterland milanese e sono una studentessa di mediazione linguistica. Già da qualche anno a questa parte, Bologna mi ha adottata diventando la mia seconda casa e dandomi l’opportunità di fare esperienze del tutto nuove come condividere una casa con altre cinque persone della mia età e dedicarmi alle attività che amo: la scrittura e la traduzione. Mi piace ascoltare ciò che gli altri hanno da condividere e ponderare le diverse sfumature che possono assumere le parole in contesti diversi fra loro, anche a livello culturale. Per questo, in un futuro non molto lontano, mi piacerebbe fondere quante più attività possibili fra ascolto, traduzione e scrittura e farne un lavoro.

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