[il filo di sabbia – diario di un viaggio nei campi saharawi] 01 – una goccia nel deserto

“Il filo di sabbia” è l’incrocio di storie di alcune persone che, per diversi motivi, si trovano a vivere nei

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Qui per restare – bisturi e conoscenze condivise per aiutare i bambini saharawi

«La prima volta che abbiamo incontrato un paziente saharawi è stato negli anni ‘90, quando il mio maestro, il professor Domini, operò a Bologna un ragazzo dei campi profughi Saharawi per calcolosi con un intervento che oggi potremmo considerare “storia della medicina». Da allora, il viaggio fianco a fianco con il popolo del deserto di Pier Luca Ceccarelli, chirurgo pediatrico del policlinico di Modena, è sempre proceduto sotto la guida di un principio imprescindibile, una stella polare: fare sempre il massimo e dare sempre il meglio, in qualsiasi circostanza.

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Origini di un popolo in esilio

Sull’altopiano desertico dell’Hammada, a sud della città algerina di Tindouf, sorgono i campi profughi di un popolo in esilio: i Saharawi. Vivevano nel deserto del Sahara su un territorio che si estendeva dalle coste atlantiche fino ai confini con la Mauritania, il Marocco e l’Algeria. Le loro attività si concentravano principalmente sull’allevamento di bestiame e, in particolare, su quello di dromedari. L’etnonimo saharawi apparve soltanto dopo la colonizzazione spagnola del territorio iniziata nel 1884. Infatti, furono gli spagnoli stessi ad iniziare a denominare gli appartenenti a questa popolazione «los nativos» e «las gentes del Sahara».

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Saharawi – Promesse da mantenere in una terra divisa in due

Gran parte dei conflitti scaturiscono da rivendicazioni territoriali. L’invasione da parte del Marocco del Sahara Occidentale del lontano 1975, con la cosiddetta “Marcia Verde” che vide centinaia di migliaia di coloni marocchini seguire l’esercito per prendere possesso del Sahara Occidentale, risponde a politiche di conquista e sfruttamento territoriale. Re Hassan II giustificava e incitava l’invasione a tutela dell’integrità territoriale del presunto Regno del grande Marocco con l’annessione di parte dell’Algeria e del Sahara Occidentale.

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Dar luce nel deserto – intervista a Daniela Gatta sul lavoro nei campi saharawi

«Mi sento vicina alla loro causa perché è una giusta causa. Non è solo la rivendicazione di un territorio; è la richiesta di un referendum di autodeterminazione». Daniela Gatta ha la voce ferma e decisa quanto racconta la sua esperienza a contatto con la causa dei Sahrawi, un’esperienza che ha segnato la sua vita e l’ha spinta a scegliere il suo posto nel mondo, vicino alle rivendicazioni di questo popolo del deserto.

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Resistere insieme, dal deserto ai campi profughi

Da Rabouni, in Algeria, a Tifariti (territori liberati del Sahara Occidentale ) ci sono 6/8 ore di jeep massacranti. Un percorso che lambisce la frontiera mauritana in un susseguirsi di lande piatte ed ostili e rocce che emergono dal deserto costeggiando il muro costruito dalla forze marocchine per delimitare il territorio occupato difeso da 5 milioni di mine. La zona “ricca” di risorse minerarie, di fosfati, e ora di risorse energetiche eoliche, con oltre 1.100 km di costa, frutta al Marocco di soli diritti di pesca ceduti a compagnie straniere 52 milioni di euro all’anno. Circa tale sfruttamento, un contenzioso è aperto dal 2016 tra l’unione europea e Fronte Polisario e l’ultima sentenza del Tribunale europeo del 2021 ha ribadito la non validità di tali accordi stipulati senza l’accordo né beneficio per il popolo sahrawi, rappresentato dal Fronte Polisario, riconosciuto dall’ONU come suo portavoce.

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Giulia Olmi: uscire da Matrix

“Dopo trentacinque anni che frequento i campi, ho la sensazione che andarci per me è un po’ come uscire da Matrix e vedere la realtà vera”. A differenza di Cypher, il personaggio che nel film di fantascienza del 1999 tradiva la Resistenza per poter tornare nella finzione del software, Giulia Olmi non rinuncerebbe mai. “C’è l’idea che la realtà è quella” e non ciò che viviamo qui. “Quando torno a casa e tutto è così bello, ma finto: qualcosa che abbiamo costruito noi. Ma la realtà vera è quell’altra, quella dei campi: cruda, dura ma anche estremamente affascinante,” perché è ridotta all’essenzialità e priva di superfluo, per certi versi precaria e sicuramente difficile. Gli anni della pandemia, con l’impossibilità di viaggiare, sono stati uno dei periodi più lunghi senza che Olmi potesse frequentare i campi e fosse quindi costretta a una prolungata permanenza dentro a Matrix.

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