Qui per restare – bisturi e conoscenze condivise per aiutare i bambini saharawi

intervista a Pier Luca Ceccarelli a cura di Caterina Maggi

«La prima volta che abbiamo incontrato un paziente saharawi è stato negli anni ‘90, quando il mio maestro, il professor Domini, operò a Bologna un ragazzo dei campi profughi Saharawi per calcolosi con un intervento che oggi potremmo considerare “storia della medicina». Da allora, il viaggio fianco a fianco con il popolo del deserto di Pier Luca Ceccarelli, chirurgo pediatrico del policlinico di Modena, è sempre proceduto sotto la guida di un principio imprescindibile, una stella polare: fare sempre il massimo e dare sempre il meglio, in qualsiasi circostanza. Anche in quella distesa diabolica, riarsa e ostile, che è il Deserto del Diavolo dove vive questo popolo resistente e dove le missioni dei medici intervengono non solo per curare, ma anche per formare la classe medica saharawi del futuro. Così, da un caso di calcolosi a stampo operato ormai trenta anni fa di un piccolo Saharawi a cui ha partecipato come giovane assistente, inizia il percorso che per Pier Luca, specializzato in Chirurgia Pediatrica, diventa una missione: aiutare i bambini saharawi, come già aveva aiutato altri bambini nel mondo delle zone più sfortunate.

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La sua esperienza non è solo legata al popolo che vive tra la sabbia e il vento: dal Sudan alla Bielorussia fin nelle zone contaminate dalla catastrofe di Chernobyl , ha percorso le aree più straziate del pianeta per portare soccorso all’infanzia, ai bambini e non solo che vivono condizioni di mal formazione e di dolore. «La mia visione – spiega – è quella di una medicina che deve soprattutto portare un concreto e reale aiuto alla zona a cui ci si dedica; i parametri cambiano molto in relazione alle condizioni, ambientali, economiche ma anche politiche di queste aree”. Un’arte medica insomma “camaleontica”, che si adatta ai problemi delle popolazioni su cui interviene per aiutarle a risolvere problemi peculiari. Così a partire dal 2008 con una prima missione per capire i problemi del popolo saharawi, è partito il progetto di Ceccarelli, della sua associazione W.I.T.H. YOU Onlus (World In Travelling Hospital You) e dell’associazione Kabara Lagdaf; uniti contro la calcolosi renale, una malattia che può portare all’insufficienza renale cioè a una patologia gravissima in un contesto così estremo. In Italia, di bambini con la calcolosi renale ne nascono due ogni centomila; in Sahara occidentale, ne nascono cento. Questo comporta, secondo Pier Luca: «La necessità di agire con maggiore delicatezza possibile, soprattutto nei confronti di questi bambini già più sfortunati».
Fare medicina d’emergenza, chiarisce il medico, è anche interagire con la realtà locale e capire cosa, come e quando sia più utile intervenire: «Non può funzionare se, ogni volta che ce ne andiamo e ci salutano commossi, poi lasciamo un vuoto: bisogna intervenire e lavorare con l’idea di lasciare loro qualcosa di stabile, concreto, funzionante: in caso contrario, è un’invasione, una colonizzazione, seppur a scopo benefico». Fa anche un esempio più tragico, quello della medicina di guerra: «Certo gli strumenti evolvono, ma una volta quando ad esempio non si poteva contare sull’uso di elicotteri bisognava anche fare delle scelte quasi “ciniche” ma purtroppo pragmatiche, rispetto a chi era nelle condizioni di ricevere un trattamento e chi no». In questo senso la medicina diventa un gioco strategico, o come la definisce Ceccarelli “una partita a scacchi”.

E per vincere la partita la prima mossa è stata, come racconta: “Andare nelle scuole per capire la situazione sul campo. Altre realtà, magari più blasonate, vanno a operare senza nemmeno sapere quanti bambini sono vaccinati in una classe». Su queste basi scaturì l’incontro tra Ceccarelli e i Saharawi, in una realtà come quella dei campi profughi in Algeria dove gli esseri umani vivono in una sorta di “terra in prestito” che non possiedono e dove pure devono immaginare e ricostruire ogni giorno la loro quotidianità. Il target del dottore, quelli che definisce “per qualsiasi popolo, la risorsa più delicata e più preziosa, che bisogna trattare con cura per evitare di fare danni”: i bambini. «Credo che i colleghi saharawi abbiano apprezzato il fatto che non fosse un intervento di “medicina in azione” ma anche di “medicina di formazione”, per lasciare loro cioè le basi di qualcosa di duraturo – sostiene il medico – partendo da una condizione che chi non la vive e non la vede concettualmente fa fatica a immaginarla: vivere in un luogo come un campo profughi che non è il tuo, in una terra che non è la tua e devi creare le condizioni per abitarla, come ad esempio la sanità». Proprio il fatto di non trattarli solo come “oggetti di assistenza” ma di volerli invece formare per renderli man mano indipendenti dagli aiuti secondo Ceccarelli crea delle sinergie «che per quello che ho potuto percepire sono molto apprezzate. Non ho mai voluto essere il fenomeno che arriva e cura perché ha le attrezzature e il denaro ». Il confronto con la realtà di questo popolo è stato la chiave con cui il chirurgo ha cercato di instaurare un rapporto: “Dobbiamo anche cercare di capire le loro tradizioni, cos’è per loro la sanità e che approccio hanno con la medicina; comprendere anche la loro cultura; non possiamo esportare il nostro punto di vista tout court». Il primo step non inizia in sala operatoria con i ferri del mestiere, ma fuori, con l’ascolto: « Non posso andare in Sahara Occidentale e pretendere che una mamma mi porti il figlio in ambulatorio, perché non lo farà mai, ed è giusto che sia così: io devo farmi conoscere prima e guadagnarmi la loro fiducia, come – sottolinea – avviene in tutto il mondo, perché ovunque nel mondo il rapporto tra medico e paziente è anzitutto un rapporto di fiducia. Che poi da noi, oggi, qui si traduca in mille firme di consensi informati non cambia che in primis significa ascoltare, far capire che tu sei lì per dare loro una mano».

Tra gli obiettivi dei progetti e degli interventi seguiti da Ceccarelli, riuscire ad avvicinare la medicina saharawi alla tecnologia medica e a cure innovative. In Europa da anni la chirurgia video-assistita sta venendo in aiuto alla sanità, aiutando medici e infermieri a intervenire con delicatezza e precisione impensabili soltanto 30 anni fa. Scherzando, Ceccarelli domanda: «Perché credete che mi stia esercitando con la playstation da anni?». Ma al di là delle battute, i benefici dell’uso della tecnologia in medicina sono enormi: come ricorda il medico, «un tempo bisognava aprire, con l’organo circondato da ghiaccio; oggi bastano appena due fori, o addirittura nessuno se riusciamo a operare dall’interno. L’uso della robotica è l’ultimo traguardo di un percorso medico come è stato il mio». Tecniche meno invasive che però è difficile portare nei campi: per operare con macchinari e procedure robotizzati bisogna portarli in un ambiente dove l’energia elettrica non è una garanzia, il trasporto un’impresa, la manutenzione utopia. Ancora oggi, i casi più complessi sono mandati dal paese sahariano in Italia per gli interventi: con una scansione i medici individuano dalle lastre i pazienti più a rischio, mandano i risultati in Italia e decidono insieme al chirurgo per quali malati è meglio richiedere il trasferimento per operare nel nostro paese. «Bisogna avere il polso di quello che puoi e non puoi fare – spiega Ceccarelli – perché già un laser come ne abbiamo noi qui, nel deserto dei Saharawi spostarlo anche solo di dieci metri significa rischiare di danneggiarlo». Ma se pure non si può fare l’impossibile, «tutto quello che abbiamo potuto fare là lo abbiamo fatto come da noi. Solo così tutto ciò ha un senso – perché come precisa Ceccarelli – può sembrare un discorso al limite dell’etica, ma se si porta una pratica medica in un luogo, soprattutto per alcune discipline, è importante garantire continuità ed essere in grado di seguire il paziente anche più avanti, anche durante l’età adulta». Per questo, l’ingrediente fondamentale resta comunque il confronto con i colleghi. “Dialogare con i colleghi, siano essi formati dalla medicina occidentale o al contrario sciamani, è fondamentale. Tu non puoi arrivare – redarguisce convinto – e pretendere di metterti in contrasto con chi ha curato questi popoli per generazioni. Puoi essere più bravo e con più mezzi, ma in contesti dove queste cose sono spesso mescolate con la spiritualità, il rapporto con il collega locale è fondamentale».

Cosa lascia invece questa azione di sostegno al medico, oltre che ai pazienti? «Quando organizzi un ambulatorio e prepari una sala operatoria sotto una tenda, quando alla fine dell’intervento esci tra le altre tende, e gli occhi dei bambini e delle mamme ti seguono, tutto questo ti porta ad un profonda, positiva emozione sì come professionista, ma, soprattutto, come essere umano – sorride il chirurgo – alla tua anima ed al tuo cuore» Un’emozione che, lamenta, nei nostri emisferi si spegne sempre più: «Forse oggi, qui da noi, questi valori vengono messi in secondo piano, se non addirittura stravolti, dallo sviluppo tecnologico e dalla cosìddetta “efficienza aziendale” ».

Oltre la sabbia e il vento è il magazine di informazione sul popolo saharawi realizzato da

Kabara Lagdaf ODV
CISP – Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli
Nexus Emilia Romagna
Comune di Ravenna

in collaborazione con
Instant Documentary APS
Regione Emilia-Romagna

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