Cronache dal mondo fuori – In carrozza!

“Cronache dal mondo fuori”, perché c’è ancora un mondo fuori, perché c’è sempre un mondo fuori!
La serie di racconti, disponibile anche in edizione audio per non vedenti, nasce dalle storie di chi ha voluto condividere con noi la propria esperienza dei giorni in isolamento nel 2020, per via dell’epidemia dovuta al Covid-19.
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Ascolta “Il treno va, non si puo fermare.” su Spreaker.

Voci di Tommaso Valente e Stella Dalla Costa

Il treno va, non si può fermare.

di Tommaso Valente

Stazione Termini, 4 marzo 2020 ore 17:15

Annuso l’aria della cabina come se dall’odore potessi percepire qualcosa. Apro la confezione delle salviette disinfettanti. Non ci avevo mai pensato prima, non avevo mai pensato alle mani che prima di me avevano toccato le leve, i tasti, il quadro, i braccioli, le maniglie… Non avevo mai pensato che quell’abitacolo fosse troppo piccolo per non lasciare traccia del respiro dei macchinisti che l’avevano abitato prima di me. Guardo le superfici, scintillanti, alcune trasparenti, guardo il vetro, in ogni posto potrebbe esserci traccia della sua presenza. Passo le salviette immaginando cosa toccherò, che è quello che ha toccato anche lui, e penso che sicuramente chi verrà dopo di me farà lo stesso. Penso a questo cranio d’acciaio che fende l’aria affusolato, superbo, gonfio di luci e tecnologia, che non si può fermare, e penso all’uomo. Agli uomini. Si apre la porta alle mie spalle. È il collega con cui condividerò il viaggio. Un saluto frettoloso, anche lui porta il bavero alzato e la sciarpa, anche se ormai fa un caldo che sembra maggio. Stasera niente caffè al bar prima di partire per Venezia. Stasera niente strette di mano, abbracci, baci. Poche parole, un sorriso teso e partiamo.

Foto di Tommaso Valente

Da qualche parte tra Fiorenzuola e Piacenza, 9 marzo 2020 ore 6:50

Io sorrido. Fa un freddo porco, dalle 5 del mattino a Bologna me lo porto ancora addosso. Fa un freddo porco persino nell’aria secca degli aeratori del treno. Chissà quanti corona virus ci sono finiti dentro. Risucchiati e poi risputati dalle ventole dell’aerazione. Mi sembra di vederli a miliardi, ad ogni starnuto di questi mesi di influenze e di allergie, nella schizofrenia dei freddi e dei caldi improvvisi, uscire dalle bocche dei pendolari ad ogni starnuto, ad ogni colpo di tosse. La mattina a quest’ora è un concerto. Io sorrido. Sorrido sempre.

– Salute signora!

Mi piace, sai, guardare le facce al mattino, quelle assonnate, quelle già stressate, quelle preoccupate. Mi piace guardare le espressioni di chi dorme, ascoltare le chiacchiere dei colleghi che cominciano già dal treno a baccagliare sulla giornata che gli aspetta o a lamentarsi di quello o di quell’altro. Mi piace il mondo, la vita, le persone. Mi piace il tipo che sale a Fidenza, quello sui trentacinque che ogni volta che gli controllo l’abbonamento mi guarda dritta negli occhi e che continua a guardarmi poi lungo tutto il corridoio. Ha uno sguardo che lo senti addosso, ma non dà fastidio, è indiscreto ma non invadente né morboso, anzi. E ha una bella voce. Spero sempre che un giorno mi passi un biglietto col numero di telefono sotto la tessera. Certo, sarebbe più pratico che mi chiedesse direttamente di andare a bere qualcosa un giorno di questi ma il biglietto è più carino.
Stamattina però l’ordinanza dice di sospendere i controlli, di stare ad un metro e di limitarsi a passare tra le carrozze e affacciarsi ad ogni fermata per fischiare la ripartenza. Neanche lo vedo stamattina mentre scivolo frettolosa e intabarrata nei corridoi. Non sento il suo sguardo mentre attraverso la solita carrozza e in un attimo siamo a Piacenza. “Termine corsa del treno” e tutti scendono, senza neanche guardarmi, e si infilano nel sottopassaggio.

– Ciao!

– Mi dica!

– Ti sembrerà una cosa un po’ ridicola, anche perché stanno chiudendo tutto e ho pensato…

– Cosa?

– Che se ti va potremmo uscire, prima che chiudano tutto, perché chiuderanno presto i bar e i ristoranti e per chissà quanto…

– Sì!

– Cosa?

– Ho detto sì! Oggi, adesso, perché chiuderanno tutto ma non i treni ed io continuerò a viaggiare e lei neanche so…

– Dammi del tu! Io sono Marco.

– Alessandra.

Foto di Tommaso Valente

Da qualche parte tra Roma e Bologna, 18 marzo 2020

Mi concentro sul rumore, regolare, secco. Tutum tump, tutum tump. Non sono mai stato uno che osserva o che riflette troppo. Ho fatto il ferroviere perché sono uno attivo, mica per il posto fisso. Ma questi giorni come fai? Leggere non mi piace. Il cellulare nemmeno. I biglietti non li devo controllare e poi capirai. Qui sul treno le palle di salsola che rotolano come nel vecchio west. Si chiama così la pianta che rotola nel deserto. Mi piacciono i trivial, a me. Le curiosità le so tutte. E poi mi piacciono i pensieri particolari. Mi immagino le cose. Tipo guardo dal finestrino qua davanti e me lo immagino con le tendine e i vasi di fiori sul davanzale, come nei film americani, quelli degli anni 50 con i colori tutti sgargianti. #iorestoacasa no? E questa è ancora una volta casa mia. Tavolino davanti alla finestra, il profumo del caffè appena uscito e taac, i biscotti appena sfornati.

Tutum tump, tutum tump. Chissà quanti giri fa il motore di questo treno superveloce. Devo chiedere al macchinista, al vicino di casa, ahahahah. Lui almeno lavora uguale, deve fare le stesse cose. Mica si annoia come me.
Carrozza 8 cucina.
Carrozza 9 soggiorno. Musica, poltrona, giornali, tv. La casa dei miei sogni, col tappeto davanti alla poltrona, l’arredo moderno e funzionale. Hi tech, va pure a 400 all’ora, più Hi di così.
Carrozza 10 camera da letto. Col gatto acciambellato. Ecco, la mia casa supersonica. E poi torniamo indietro, di corsa, vai.
Carrozza 7, il corridoio. Corsa e giù, con le ginocchia, simulando guitar hero. Hihihi! Ueu ueu ueu, pedali, distorsore. Ueu ueu ueu.
Carrozza 6, la taverna. La play, gli attrezzi per fare palestra. Il tappeto per fare gli esercizi. E le scatole di nonna. Pora nonna. Che io papà e mamma non li ho mai conosciuti, stavo a casa con nonna e nonno. Sarà per questo che il treno mi fa più casa di casa mia. Perché casa era casa di nonna.
E allora su, dai, carrozza 5. L’ingresso. Quelli delle case inglesi dei film, con la porta elegante, la moquette e il portaombrelli. Largo, con la cabina per appendere i paltò. E poi le scale davanti. Come la casa di Mary Poppins.
Tutum tump, tutum tump. Quanti giri fa il motore?
Questo treno sta andando a 300 all’ora. Wow, si vola! Dovrò aprirle quelle scatole di nonna prima o poi. E metterle quelle tendine alla cucina. Che brutto quando la nonna se n’è andata e non mi hanno passato il contratto. Chi ce l’ha più avuta una casa che fosse casa. Stanze con coinquilini, mica come questo treno oggi. Tutto per me.
Vaiiii. Usciamo in giardino. Carrozza 3. Balle di salsola che rotolano come nel vecchio west. Ve l’ho già detto che quei cespugli si chiamano così? Me lo diceva il nonno. Anche a lui piacevano i trivial. Campione di trivial. La divisa da ferroviere come quella dello sceriffo. Ua-ua-uaaaa Pronto a prendere le pistole dal cinturone. Piedi sulle punte, spalle inarcate, davanti al cancello dello steccato, a proteggere il mio giardino, la mia casa… ua-ua-uaaaa. Pronto a scattare e a prendere il POS come fosse una pistola e taaac, un rumore alle spalle, Bang! Col pos in mano sparo davanti a me. Bang bang bang….

-A pezzo de fangooooo, ma che sta a fa? Cioccato! Te stai a fa du cojoni come na casa pure te?

Beccato in pieno dal collega! Che vergogna. Vabbé, almeno ci facciamo due risate. Tra due ore arrivo a Bologna e poi due settimane di ferie forzate, sarà la volta buona che le apro le scatole di nonna e mi metto a posto a casa. Magari mi pijio pure il gatto. Perché ‘sti giorni chi se li pijia i randagi? C’avranno bisogno di casa pure loro no?

Foto di Tommaso Valente

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