Saharawi: intervista a Sara Di Lello, cooperante internazionale.

L’intervista di Oltre la sabbia e il vento #1

Sara Di Lello racconta la sua esperienza in terra Saharawi con Nexus Emilia Romagna e Africa 70.

    «Forse il momento che mi è rimasto più impresso è stata la mia prima visita al Museo della Guerra. C’è una stanza, dove hanno raccolto tutte le foto che sono state trovate nelle tasche dei prigionieri marocchini e dei morti. Le hanno messe insieme a quelle che avevano nelle proprie tasche i militari saharawi». Il racconto commosso è di Sara Di Lello, cooperante che ha passato quasi 4 anni con il popolo in esilio, quando ripensa al primo viaggio del 1997.  Quella stanza si continua a riempire «delle foto delle famiglie che loro, in quanto militari in guerra, abbandonavano», senza distinzione di aggressore e aggredito, semplicemente l’umanità e il suo dolore, la sua nostalgia, affisse a un muro.
I campi profughi saharawi sono stati inaccessibili per diverso tempo, a causa della pandemia di Sars CoV2: frontiere chiuse, controlli più stringenti, visti contingentati e rilasciati solo dopo minuziosi ed estenuanti controlli sanitari, in entrata e in uscita. Ma ora, dopo mesi di attesa,  i cooperanti stanno per tornare, con un po’ di agitazione perché «sembra di fare tutto per la prima volta, anche prendere l’aereo» e l’attesa nebulosa imposta dalla pandemia e dalle frontiere chiuse «si è trasformata in un’attesa frenetica, tra tamponi da prenotare e materiale da organizzare».

La storia di Sara Di Lello e quella di Nexus ER si incrociano nell’Hammada, il “deserto del Diavolo”. «Quando uno pensa al deserto – racconta – immagina le dune, i cammelli, il tè nel deserto. Il deserto dei campi profughi invece non è così. È come un’enorme cava, non ci sono colori, tutto ha lo stesso tono marroncino della sabbia, il vento ti dà fastidio costantemente». Eppure, c’è qualcosa nella genti-
lezza dei saharawi che suscita nostalgia e le fa venire voglia di «calpestare di nuovo quella sabbia». Veterinaria sulle colline aretine, il suo primo impegno è con Africa 70 e Veterinari Senza Frontiere, le prime due ong con cui collabora nei territori sempre sul tema della sicurezza alimentare. Nel 2017 il cammino di cooperazione si incrocia con Nexus ER, l’istituto per la cooperazione allo sviluppo sostenuto da CGIL Emilia-Romagna, da anni impegnato nella promozione del lavoro per giovani e donne; così la ong le apre «un mondo che non avevo mai considerato, quello dell’universo femminile», e proprio da questo inizia un programma basato su due capisaldi, cucina e agricoltura, i due cardini del progetto AliForma.

La scelta delle donne non è casuale. «La società saharawi – spiega Di Lello – è nota per essere un luogo in cui le donne hanno sempre ricoperto un ruolo centrale. In seguito alla guerra, durata dal 1974 al 1991, con gli uomini impegnati al fronte, le donne hanno dovuto prendere su di sé la gestione dei campi profughi. In questa fase hanno acquisito un’autonomia che è stata loro riconosciuta e non si è persa con la fine del conflitto. Non solo all’interno dei nuclei familiari, ma anche nei processi decisionali». 

Trovate le protagoniste, occorreva scegliere come
supportarle in un percorso di miglioramento delle proprie condizioni economiche. Siamo partiti dall’osservazione di ciò che già autonomamente producevano e dalle loro attitudini. È nata così l’dea di affiancare dei gruppi informali di produzione casalinga di alimenti: prima cous cous e successivamente dolci. «Hanno deciso loro cosa produrre; e hanno scelto  il cous cous perché è parte della loro identità culturale, è il cibo del venerdì, della Festa, che condividono con i parenti. Produrre cous cous le ha fatte sentire sicure di sé». C’è stata timidezza, da parte delle donne? «Timidezza no, ma ho notato che i gruppi di donne – ne restano ben 18 attivi sui 20 iniziali della “fase pilota” – che hanno al loro interno donne tra i 40 e i 50 anni sono stati tra quelli più dinamici. Forse perché hanno vissuto il periodo dell’emancipazione conseguente alla guerra. Le donne più giovani invece, che per età vivono un periodo di instabilità – alcune si sposano e una volta sposate cambiano casa e abitudini – riescono meno a garantire continuità». Sebbene producano tutte cous cous, la ricetta fa la differenza. Perché il cous cous, come la pasta, non è tutto uguale: ogni gruppo vende a più persone con gusti differenti e adatta la produzione per soddisfare le richieste specifiche dei “clienti”. In una seconda fase le stesse donne hanno iniziato a produrre dolci, semplici biscotti da forno ma che presto potrebbero evolvere in elaborate torte e dolci per matrimoni e altre occasioni speciali.

Sembra semplice, ma non lo è. La pandemia ha complicato ulteriormente l’avanzamento di un progetto già avviato, come spiega infatti Di Lello: «l’idea iniziale era di portare nei campi una pasticcera per la formazione avanzata, ma con i visti di viaggio contingentati il mio compito sarà invece quello di scegliere la migliore pa-
sticcera tra le donne, che farà il corso alle altre». Un esempio di adattamento post-Covid che potrebbe avere risvolti positivi «perché le responsabilizza e dà un valore aggiunto al lavoro di queste donne che hanno le competenze, ma devono essere costret-
te a fare un passo avanti nel loro percorso di crescita». L’obiettivo è uno sviluppo che parta dal basso:
«vogliamo rafforzare la società civile e la sua capacità di produrre reddito e alimenti – spiega Di Lello – in un contesto in cui questi vengono tutti dagli aiuti internazionali». Il World Food Programme fornisce da oltre 40 anni lo stesso paniere di aiuti alimentari; si tratta, se si escludono i progetti di agricoltura e i prodotti che ne derivano, dell’unica fonte di sostentamento del popolo del deserto, un popolo di pastori ora costret-
to dentro gli spazi limitati del campo profughi. Una ripetitività con due effetti collaterali: «una scarsa diversificazione della dieta comporta problemi non tanto di denutrizione (le calorie sono bilanciate) ma di malnutrizione, perché la dieta non è variegata». A questo va sommato un altro problema, quello «della dignità umana, perché a nessuno piace vivere di aiuti umanitari per oltre 40 anni». Qui si inserisce la seconda variabile dell’equazione AliForma, forse la più ostica: coltivare nel deserto.

La seconda parte di AliForma si fa sul terreno e si appoggia al Centro Experimental y de Formación Agrícola (CEFA), che afferisce al Ministero de Desarrollo Económico; il centro è stato creato nel 2009 con la finalità di sperimentare tutte le innovazioni in campo agricolo che vengono proposte alla popolazione saharawi, ed è il luogo dove si lavora al secondo obiettivo del progetto. Nell’orto sperimentale il direttore, un agronomo e due operatori, con l’aiuto di Nexus ER, stanno cercando di selezionare il miglior candidato tra tre tipologie di piante da frutto per integrare la dieta dei saharawi con prodotti freschi. Il primo ostacolo è, ovviamente, l’ambiente. Il deserto non è il luogo più indicato per far germogliare una pianta. Serve una specie resistente e tenace, e la sfida è tra tre candidati: melograno, vite e fico. «Il centro vuole lanciare una rivoluzione nell’alimentazione e nella cultura del popolo. In otto anni ha formato cittadini che ora coltivano circa 500 orti familiari; nello stesso centro è stata seminata la Moringa oleifera», una specie africana conosciuta per l’alto contenuto nutrizionale di foglie e frutti; una volta confermato che fosse in grado di crescere, ne è stata promossa la coltivazione e il consumo in tutte le tendopoli. La strada è piena di osta-
coli. L’acqua infatti è salina, il che comporta un costante lavoro di manutenzione agli impianti di irrigazione a goccia e, anche se un albero cresce, nello scegliere il migliore bisogna considerare i tempi naturali: «la vite ci mette circa tre anni per dare frutto, mentre il fico piace ma le sue radici potrebbero danneggiare le case; il melograno sembra la soluzione ideale», ma dovremo attendere la fine della sperimentazione per sapere chi vincerà. Nell’orto gli addetti hanno piantato lo scorso aprile le prime piante e monitorano, giorno per giorno, se ricevono abba-
stanza acqua, se sono attaccate da parassiti, rimuovono manualmente le piante spontanee, misurano periodicamente il diametro del fusto.
A ottobre è previsto un primo esame per vedere i risultati, e se una di queste colture attecchisse, a quel punto il piano è comprare 90 alberi da trapiantare nelle case delle donne che producono dolci e cous cous.
Una svolta alimentare per i saharawi che ha il sapore del riscatto.

I saharawi sono un popolo che fonda la propria storia sulla resistenza:
la resistenza a un occupante che ha invaso le loro terre, la resistenza a un ambiente ostile e arido, la resistenza alla Storia che li vorrebbe sepolti per sempre tra le sabbie, come tanti popoli assoggettati e poi dimenticati dopo la stagione della decolonizzazione. Ma sono anche un popolo di accoglienza e ospitalità, «che ti fa sentire il benvenuto tra loro, perché stai combattendo con loro una giusta causa», racconta Di Lello. Questo progetto rappresenta, si può dire, la natura di questo popolo: resistente alle condizioni più avverse, come un melograno piantato nel deserto; ma allo stesso tempo ospitale, come un piatto di cous cous preparato per un visitatore stanco. Ecco la bellezza di questo contesto, che i cooperanti vedono e su cui Nexus ER vuole investire: quella delle piccole cose umili che permettono i grandi passi in avanti.

a cura di Caterina Maggi

Oltre la sabbia e il vento è il magazine di informazione sul popolo saharawi realizzato da
CISP – Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli
Nexus Emilia Romagna
Comune di Ravenna

in collaborazione con
Instant Documentary APS
Regione Emilia-Romagna

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