Io resto in strada – CdMF

“Cronache dal mondo fuori”, perché c’è ancora un mondo fuori, perché c’è sempre un mondo fuori!
La serie di racconti, disponibile anche in edizione audio per non vedenti, nasce dalle storie di chi ha voluto condividere con noi la propria esperienza dei giorni in isolamento nel 2020, per via dell’epidemia dovuta al Covid-19.
Per ricevere i racconti direttamente nella tua email iscriviti alla nostra mailing list.

Ascolta il podcast del racconto

Ascolta “14 Paolo” su Spreaker.

Voce di Tommaso Valente

Paolo

di Tommaso Valente

Quella mattina  di marzo, che era ancora buio, Paolo trovò chiuso il solito bar. La gamba faceva male, un prurito sotto il collo lo tormentava e, nonostante non facesse tanto freddo, sentiva i piedi e le mani gelate. 

I cinesi chiusi? Pensò. Ma quando mai s’è visto? Continuò lungo il marciapiede, era chiuso anche l’altro bar. C’era un silenzio strano ma non ci fece caso. Non fece caso al fatto che non ci fosse nessuno alle fermate del bus, che non ci fossero auto che passavano.
Pensò che a Bari non sarebbe stato possibile, che lì sì, un bar l’avrebbe trovato sicuro, ma che al nord ci poteva stare. Provò a biascicare qualche madonna ma il mugugno restò dentro di sé. Aveva la bocca impastata di sonno, le labbra incollate, il prurito dal collo scendeva fino al petto. Si grattò energicamente infilando la mano sotto due dei tre maglioni che aveva addosso ma la sensazione immediata fu di aver peggiorato la situazione. Aveva un cartone di vino già aperto nella tasca larga del giubbotto. Lo tirò fuori, bevve e si asciugò le labbra umide con il dorso della mano. Un rivolo leggero di bava e di vino si incanalò lo stesso lungo una ruga del mento e scese sul collo. Al contatto col prurito la sensazione fu di bruciore. Si grattò ancora e continuò a camminare.

Il prurito, la luce, il mal di stomaco, una tavola della panchina piantata di traverso in mezzo alla schiena lo svegliarono cogliendolo d’umore ancora peggiore in mezzo a piazza dell’Unità. Ma che cazzo di ora è? I bar sulla piazza erano ancora tutti chiusi. La cosa cominciava a dargli sui nervi. Si alzò scoglionato e si tolse il giubbotto. Barcollò verso il portico e si mise seduto. Ricompose il solito cartello un po’ strappato e lo stese davanti a sé: “Sono italiano, non ho lavoro, vivo per strada. Aiutatemi.”

Diede una bella sorsata per finire il cartone, si guardò attorno e non c’era anima viva. Pensò che va bene che era un solitario, però adesso era troppo. Si grattò ancora il collo e decise che il prurito e il bruciore erano troppo reali per essere un sogno. 

Imboccò via dell’Indipendenza che faceva caldo e il portico risultò effettivamente di ristoro. Non aveva trovato neanche un bar aperto lungo la strada, solo qualche alimentari e le farmacie. Si ricordava di aver sentito qualcosa, di un virus, che dovevano chiudere tutto, che avevano già chiuso le scuole. Si ricordava che era qualcosa di cinese. Sorrise al pensiero del bar dei cinesi chiuso e barcollò ancora un po’ lungo il portico vuoto. Poi si sedette davanti all’ingresso di una chiesa, chiusa, e cominciò a pensare a quanta gente aveva incrociato quella mattina. Contarle era faticoso, sapeva che erano poche, sapeva che non era normale, sapeva che questa operazione gli aveva fatto venire un forte mal di testa. Sboccò davanti a sé, le gambe allargate e il busto in avanti, come una marionetta con i fili tagliati. Era solo vino, non aveva mangiato nulla quella mattina, i cinesi del bar non c’erano per regalargli qualche cornetto, come tutti i giorni. Pensò alla Svizzera, alla colazione col pane nero e il formaggio spalmabile. ‘Chevre’ c’era scritto sopra. Significa capra. Ha imparato il francese e il tedesco in Svizzera, lui, mica è un ignorante come quelle altre ‘chevre’ che stanno per strada. Chevre! disse ad alta voce, oppure lo pensò talmente forte che gli parve di sentirlo, e gli scappò una fragorosa risata pensando al francesismo. La bava colò sul mento e si appiccicò alla barba. Ebbe voglia di fumare.

Su strada Maggiore trovò una ragazza con la mascherina che gli offrì una sigaretta. Anche la sua ragazza a Neuchâtel fumava. Pensò che questa ragazza le somigliava, era alta, aveva la stessa corporatura e gli stessi capelli corti. Si convinse che sotto la mascherina fosse proprio lei. Gabrielle, le disse, mentre prendeva la sigaretta. Gli occhi della ragazza sorrisero e svanirono dopo un attimo. Erano marroni, Gabrielle aveva gli occhi verdi. E poi lei adesso avrà 60 e passa anni, non può essere mica questa ragazza. Aspirò a fondo e continuò a camminare.

Che puzza di piscio. Si svegliò per la puzza di piscio. Si riaddormentò.

Non c’è niente di bello a lavorare in una fabbrica di cosmetici. C’è odore di chimica da tutte le parti, ti asfalta il naso, poi non senti più niente. C’è un bello stipendio però, che ci puoi portare a cena Gabrielle, che ci puoi pagare una casetta carina e una macchina per andare a lavoro con comodità, c’è che ti puoi comprare il vino buono, non la merda in cartone, e le Marlboro rosse, morbide. Ma non è bello neanche fare l’immigrato, non è bello neanche in Svizzera. Non gli piaceva fare lo straniero. Parlava male, sia il tedesco che il francese. Puoi dire ‘chevre’ quante volte ti pare, ma avrai sempre quell’accento pugliese che non ti si stacca di dosso. Chevre! disse ancora e lo sentì. E pianse. 

Aprì un altro cartone e si avviò verso la stazione. Come la sera che decise di lasciare Neuchâtel e di tornare in Italia. Solo che allora era in grana, a Basilea comprò una bella bottiglia di vino francese, ‘château’ qualcosa, e si avviò verso la stazione. Prese il treno per Ancona, poi avrebbe avuto la coincidenza per Bari. Faceva caldo, Gabrielle se n’era andata da un pezzo. Mogli e buoi pensava quella sera, con rabbia e con speranza di tornare a casa e di trovare una bella ragazza delle sue parti. Magari anche più giovane. Aveva bei soldi da parte. 

Bevve il vino dal cartone e si stordì per bene, come quella sera sul treno. Quando arrivò davanti alla sala d’aspetto la trovò sbarrata. Guardie agli ingressi della stazione, con le mascherine. Troppo stordito per capire perché non lo fecero entrare. Hanno chiuso pure questa, pensò, sarà sta cosa cinese. Si buttò su una panchina lì di fronte. Non c’era nessun’altra ‘chevre’. Sorrise. Era troppo stordito anche per chiedersi perché. Pensò solo che si era perso qualcosa, di nuovo, come sempre, si era perso ancora qualcosa. D’altra parte lui era sempre fuori tempo, capiva sempre tutto sbagliato e mancava sempre gli appuntamenti importanti. Mancò persino l’appuntamento con la storia quando passò da quella stessa stazione il primo agosto dell’80, sul treno Basilea-Ancona, lo stesso che il giorno dopo, tornando, fu investito dallo scoppio della bomba. Chevre! pensò, sei tutto al contrario, dovevi salire non scendere, coglione! e si pisciò addosso proprio mentre i ragazzi della ronda lo stavano tirando su per portarlo con loro nel rifugio del piano freddo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.