Reparto Covid – CdMF

“Cronache dal mondo fuori”, perché c’è ancora un mondo fuori, perché c’è sempre un mondo fuori!
La serie di racconti, disponibile anche in edizione audio per non vedenti, nasce dalle storie di chi ha voluto condividere con noi la propria esperienza dei giorni in isolamento nel 2020, per via dell’epidemia dovuta al Covid-19.
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Voce di Eleonora Suppi

Sanifica e igienizza

di Eleonora Suppi

7 maggio 2020, turno di mattina

Io di qui ci sono già passata, riconosco questo viale alberato, penso tra me e me. Guardo l’orologio digitale della macchina, 6:10, porca puttana, devo timbrare entro le 6.30. Ah, ecco, ora mi ricordo la strada, qui svolto a destra, accelero sperando di guadagnare qualche minuto e riuscire ad entrare in tempo. Ma come? Di nuovo questo dannato viale alberato. Sono in super ritardo e devo timbrare in tempo, altrimenti chi la sente la caposala. 6:20, accelero di nuovo e questa volta svolto a sinistra. Niente da fare, mi sono persa. Eppure faccio questa strada tutti i santi giorni, come è possibile?

Driin driin, driin driin
Apro gli occhi, sono le 5:45, mi accorgo di avere l’affanno. Era solo un incubo, un altro incubo. Ultimamente mi capita spesso di sognare i corridoi del reparto, di non riuscire a finire il mio giro di pulizie in tempo o di sbagliare gli orari del turno. Settimana scorsa sono andata a lavorare nel mio giorno di riposo. Mi sono sparata 20 chilometri per sentirmi dire “ma cosa ci fai qui? Oggi è il tuo giorno di riposo, torna pure a casa”. Che rincoglionita, sarà che dormo poco.
Da quando mi hanno spostata nel reparto Covid ricevo talmente tante telefonate al giorno che mi risulta impossibile non portare il lavoro a casa. Responsabili, colleghe, vogliono tutti sapere che aria si respira in reparto. Ma ogni giorno è sempre la stessa storia, da due mesi ormai si respira un’aria diversa, un’aria greve, che volente o nolente ti si appiccica addosso e viene con te ovunque.
Mi preparo per uscire, passo davanti alla cameretta di Sara e la guardo dormire per qualche minuto, cresce troppo in fretta, il tempo vola e neanche ce ne accorgiamo. Non la vedrò fino a questa sera, oggi mi tocca coprire il turno di una collega nel pomeriggio. Le lascio un biglietto sul tavolo della cucina: “Amore buon giorno, sai che non posso tenere il cellulare nella divisa, se succede qualcosa e hai bisogno chiama al reparto. Ti voglio bene, a stasera”.

Mi piace guidare di prima mattina: il finestrino leggermente aperto che ti soffia in faccia quell’aria di campagna umida – quella che odora di terra bagnata e di campi coltivati – la strada deserta e quel senso di gratitudine nei confronti della vita che ti riempie il cuore chilometro dopo chilometro. Sì, perché io questa mattina ho aperto gli occhi, posso vedere il sole spuntare, sentire il suo calore sulla mia pelle, ma tanti non hanno questa fortuna.
Grazie a questa emergenza ho imparato a rivalutare molte cose, a ridistribuire i valori della vita e a ringraziare soprattutto per le piccole cose.

Quando arrivo in ospedale sono ormai le 6:20, il sole è già alto in cielo e sento gli uccellini darmi il buongiorno canticchiando da sopra ai grandi pini che circondano il parcheggio. Entro, saluto il portinaio e mi dirigo verso lo spogliatoio del reparto. Mi vesto e indosso tutte le protezioni che ci vengono fornite, ormai lo faccio in maniera automatica, sempre gli stessi gesti e le stesse procedure. All’inizio c’era un po’ di incertezza e di timore. Alcune colleghe si sono tirate indietro, si sono fatte mettere in congedo o in ferie lasciandoci in merda, altre invece sono dovute restare a casa perché ritenute a rischio. Per me passare da pulire il reparto di Dialisi al reparto Covid non è stato facile, come d’altronde per tutti, ma comunque era da fare: mi sono rimboccata le maniche e ho fatto del mio meglio sin da subito. Quando hanno chiesto chi volesse fare la formazione Ausl non ho esitato nemmeno un attimo, se dovevo stare in prima linea volevo farlo con le conoscenze e competenze necessarie.
È stato quasi come tornare ad imparare a fare il mio lavoro, modificando le abitudini e i ritmi: ora abbiamo un ordine meticoloso da rispettare per la pulizia e l’igienizzazione di ogni camera, come se fosse una caccia al tesoro senza nessun tesoro finale.

Passo davanti alla guardiola delle infermiere e butto un occhio per vedere chi era di turno la notte scorsa.
-Buongiorno Lucia! Com’è andata stanotte? 
-Oh buongiorno, ti vedo di buon umore oggi! Comunque tutto bene, qua l’età media è 80 anni, questi hanno vissuto una guerra mondiale, chi li ammazza! Non sarà di certo questo virus a portarli via!
Ci facciamo una sana risata, per sdrammatizzare. Mi sta simpatica Lucia, deve avere massimo una trentina d’anni, è energica, solare e sempre con la battuta pronta, quel genere di persona che in questo periodo ti toglie di dosso la pesantezza della giornata a fine turno. Un vero toccasana. Piace tanto anche ai pazienti, li aiuta a continuare a lottare e a “tenere botta” come dice sempre lei, ormai è diventato il suo motto!
-Prendo il carrello e inizio con la prima stanza Lucia, se non ci vediamo buon riposo! – e le mando un bel bacio con la mano.

Iniziare il giro di pulizie equivale a dire svuotare la mente, concentrarsi e pensare solo ed unicamente alle azioni da effettuare ripetutamente in ognuna delle nove stanze. Il mantra è sanifica e igienizza. Può sembrare banale, ma in questo momento garantire la sanificazione e l’igienizzazione delle superfici è fondamentale e noi non possiamo commettere errori. 
Per ogni stanza lasciamo il carrello sulla porta, iniziamo dal bagno e poi ci spostiamo per pulire gli ambienti comuni e i letti. Sanifica e igienizza, appoggio i tre panni monouso sui sanitari, uno sul lavandino, uno sul bidet e uno sul water, proprio in questo ordine, e ne tengo un quarto in mano per pulire gli altri elementi presenti nel bagno. Sanifica e igienizza, ripeto nella mia mente, mentre esco dal bagno, mi cambio i guanti e inizio a pulire la stanza. Un panno monouso per ogni letto e uno lo tengo in mano per pulire per l’ambiente comune. Sanifica e igienizza. Ripeto i gesti velocemente, ma con cura, cercando di non dimenticare nessun passaggio e di concentrarmi solo sul mantra. Fa paura, tutti noi abbiamo paura, ma la paura si sconfigge con la speranza. 
Rosa, la mia collega, è fobica. Ogni giorno, quando finisco il turno mi chiama per chiedermi com’è andata, se ci sono nuovi casi, se i pazienti sono peggiorati. Tutti al lavoro la chiamiamo psycho. Non è per sfottere, nessuno di noi prende con leggerezza la sua posizione e le sue mansioni, ma farsi mangiare dall’ansia e dal terrore rende solamente tutto più difficile. A volte mi chiedo perché abbia accettato di lavorare nel Covid… 

Finito il giro di pulizie entro in spogliatoio e inizio la svestizione quando sento Lucia gridare.
-Saaaaam!!! Vieni in guardiola, c’è una sorpresa!
Finisco di svestirmi, disinfettarmi e poi mi dirigo verso la guardiola. Quando svolto nel corridoio sento profumo di brioches appena sfornate. È inebriante. Mi ricorda quelle notti fonde di 20 anni fa, quando uscivo da ballare e andavo al forno per mangiare una bella brioche calda prima di tornare a casa.
Lucia mi vede e mi fa gesto con la mano di fare in fretta.
-Ecco la colazione servita! – dice scherzando – Il forno qui di fronte ci ha portato un pensierino per addolcire la mattinata.
Accanto al vassoio di brioches c’è un biglietto con scritto “Tenete botta burdél! Grazie”.
Quasi mi commuovo e il mio cuore si riempie di speranza. Perché la speranza è l’unica cosa più forte della paura.

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