Lezione di yoga – CdMF

“Cronache dal mondo fuori”, perché c’è ancora un mondo fuori, perché c’è sempre un mondo fuori!
La serie di racconti, disponibile anche in edizione audio per non vedenti, nasce dalle storie di chi ha voluto condividere con noi la propria esperienza dei giorni in isolamento nel 2020, per via dell’epidemia dovuta al Covid-19.
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Ascolta il podcast del racconto

Ascolta “16 Respirare” su Spreaker.

Voce di Tommaso Valente

Respirare

di Valeria Cassino

Buongiorno a tutti. Benvenuti alla nostra prima pratica virtuale. Mi vedete e mi sentite tutti?

Non le volevo fare queste lezioni di yoga su Zoom. Ho sempre pensato che fossero la negazione del mio rapporto con gli allievi. Voglio poterli indirizzare al meglio, correggerli, aggiustare un ginocchio in posizione sbagliata, le spalle troppo vicine alle orecchie, il peso scaricato male, ma come faccio attraverso uno schermo? Alla fine ho ceduto, mi sono lasciato convincere da Giulia. Anche preservare questo spazio è prendersi cura di loro, mi ha detto.

Bene, allora prima di cominciare cerchiamo una seduta comoda, a gambe incrociate o seduti sopra le tibie, dopo di che possiamo chiudere gli occhi e iniziare a respirare con il naso. D’ora in avanti cercheremo di respirare con il naso sia nella fase dell’inspirazione che nella fase dell’espirazione.

Abbiamo tutti bisogno di respirare liberamente, di incamerare ossigeno e di sentire il flusso d’aria pulita. Tutto il turno alla COOP con la mascherina, ormai da tre mesi, a respirare il mio respiro, le mie scorie. Ma sono fortunato, non mi permetto di lamentarmi. Abbiamo sempre avuto un sacco di tutele e di garanzie, fin dall’inizio. Ferie, incentivi, permessi. E di mascherine ne abbiamo avute una vasta gamma, il “panno swiffer”, il “becco d’anatra”, quelle con la piega verticale e il ferretto. Per non parlare dei modelli brevettati dai visionari avventori del supermercato, dal “palombaro” con la maschera da sub (corredata di boccaglio) – «perché il virus entra anche dagli occhi» – al “matto scotchato” col viso avvolto nella pellicola trasparente, che si gonfiava e appannava a ogni respiro.

Iniziamo adesso a dare sostegno alla parte dell’addome, avvertiamo quella sensazione simile a un paio di pantaloni un po’ stretti.

A furia di panificare come se non ci fosse un domani… In tempi di quarantena, il premio per la domanda più frequente fra le corsie del supermercato l’ha vinto “Mi scusi, dov’è il lievito?”. Avrei voluto appendermi addosso un cartello catarifrangente: IL LIEVITO È FINITO. Ma pure la farina, lo zucchero, l’alcol e l’amuchina.

Mantenendo gli occhi chiusi, proviamo adesso a tapparci le orecchie e a rimanere focalizzati sul respiro. Portiamo le mani sopra le orecchie, chiudiamole e sentiamo il respiro dentro di noi.

Che compleanno strano senza la tirata d’orecchie del babbo. Ho fatto trent’anni in quarantena. Per la prima volta ho festeggiato senza il nostro rituale, senza i miei, li ho visti solo attraverso uno schermo. Per noi che siamo corpo, che fatica questa lontananza, quest’assenza di contatto fisico. Zero baci o abbracci con i colleghi per gli auguri. Per fortuna c’è Giulia, il mio rifugio. Stiamo tutti imparando a percorrere altre strade, a capire che tutto può prendere forme diverse e continuare anche con la distanza.

Togliamo le mani dalle orecchie. Rilassiamo le spalle, sentiamo le spalle morbide, rilassiamo i muscoli del volto, possiamo accennare un lieve sorriso, un sorriso che parte dall’interno, cerchiamo di sciogliere tutte le rigidità del corpo.

È incredibile come in un momento simile, pieno di rigidità, divieti, regole ferree, s’impari a essere flessibili. Il plexiglas alle casse, i quadrati di scotch giallo per distanziare i clienti, i controlli di accesso irrigiditi, il rapporto con la clientela mutato. L’imprevisto genera flessibilità e ci rende adattabili. E rende adattabile perfino una cooperativa, che è un sistema molto lento quando si tratta di prendere decisioni. Il virus ha mostrato che è possibile cambiare idea molto più velocemente per far fronte a situazioni inedite.

Una volta che termineremo questa fase iniziale e inizieremo la pratica, non dimenticate mai di accompagnare ogni movimento con il respiro. È ciò che ci fa entrare in contatto con noi stessi, con la nostra energia vitale.

C’è da dire che almeno il contatto con i clienti, per me che lavoro nel reparto di frutta e verdura, non è mai mancato. Molti ci ringraziavano, alcuni ci chiamavano eroi, altri sbroccavano. Nel bene e nel male, la spesa è sempre stata una valvola di sfogo dal contenimento. C’è chi veniva più volte al giorno, comprando poche cose per poi poter tornare, chi veniva da altri comuni anche se non poteva. Sono fioccati i controlli sulle residenze e le multe. Spesso ho dovuto assistere uomini dagli sguardi vacui in cerca di cipolle e patate, mandati in missione nel dedalo infernale di corsie della COOP senza una adeguata preparazione.

Apriamo gli occhi lentamente. E poi, prendendoci il nostro tempo, inspirando ci rialziamo e ci mettiamo in cima al tappetino, con i piedi rivolti verso la parte corta. Gli alluci si toccano, i talloni sono leggermente divaricati, le braccia scendono lungo il corpo, rilassate. L’addome continua a essere forte. Iniziamo con Surya Namaskara A, saluto al sole A. Buona pratica a tutti!

Lentamente ci rialziamo, ci rimettiamo in piedi, riprendiamo coscienza di noi e di ciò che ci circonda. Siamo migliori? Non saprei. Senz’altro diversi. Non vedo più il nervosismo dei primi tempi, gli animi si sono rasserenati, fra le corsie, per strada, in casa. Eppure sento strascichi striscianti di paura e sospetto. Cerchiamo di tornare alla posizione di partenza, ma dobbiamo fare i conti con le conseguenze di tutto questo. Riprendiamo pian piano a respirare.

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