La domatrice di elefanti – Cronache dal nuovo mondo

Tornano i racconti dal vero di “Cronache dal mondo fuori” con 5 inediti di Stella Dalla Costa: una breve raccolta dal titolo “Cronache dal nuovo mondo”. Queste cinque storie raccontano cos’è successo ai protagonisti di alcuni racconti scritti per il progetto Cronache dal mondo fuori quando quegli stessi protagonisti sono usciti fuori nel mondo, dopo il lockdown. Questo racconto è la continuazione de “La ragazza della neve”

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Cronache dal nuovo mondo, La domatrice di elefanti

Quando era una bambina suo padre le aveva insegnato a guardare. Poi, da grande, si era dimenticata di saperlo fare. Ma questa abilità veniva buona adesso.

Durante la prima quarantena si era sentita come un’aquila che ha volato libera tutta la vita. Sì, l’avevano rinchiusa in una voliera, ma, quando il guardiano le permetteva di esercitarsi con il volo, cercava di spingersi ogni volta più lontano, per scorgere anche solo un altro sconosciuto pezzetto di cielo. 

Si era divertita, allora, a camminare in piena notte, nel mezzo esatto delle strade deserte, immaginando di essere sugli Champs Elysee, o nel centro di Roma, invece che per le strade di Bologna.

Ma adesso, che erano passati tanti mesi e li avevano chiusi di nuovo (sì, meno di prima, ma in fondo la libertà era comunque poca), si sentiva come un canarino in gabbia. Uno di quelli nati in cattività, che se gli aprono l’uccelliera non prende il volo, ma si limita a sporgere una zampa. 

Quando era bambina suo padre le diceva che non c’era bisogno di viaggiare per il mondo per vedere cose nuove. Bastava uscire dalla porta di casa, fare il giro del quartiere, e raccogliere una foglia da terra. La guardava e le diceva La vedi questa foglia? Questo arancione, le venature rosse, le macchioline gialle, ci raccontano tutta la sua vita. La prima pioggia che ha aiutato la piantina a spuntare, il sole che l’ha fatta crescere, il peso dei frutti che si è portata sulle spalle, e il vento freddo dell’inverno che l’ha fatta volare fin qui, sotto i nostri piedi. Lo vedi che meraviglia, Anna? C’è tutta la vita dentro questa foglia.

Adesso non era come la prima quarantena. Adesso quando faceva pausa dal pc e usciva per le sue passeggiate, si limitava a fare il giro del quartiere. Stava bene dove stava. Perché avventurarsi dall’altra parte di Bologna, quando lì c’era tutto quello di cui aveva bisogno? Erano così tante le cose di cui non si era mai accorta, eppure erano sempre state lì. Bifore, archi a sesto acuto, capitelli barocchi, bassorilievi a forma di capre, di delfini in amore, satiri maliziosi, fiori dalla bocca grande. Calle forse? 

Oggi la scoperta era stata vicolo Fantuzzi, una parallela di una parallela, mai notata. A metà della via si era trovata di fronte un complesso cinquecentesco, tutto mattoni, affrescato nel sottotetto, che faceva da cornice a quello che sembrava un cortile interno, o un chiostro. L’aveva googlato. 

Era il palazzo della famiglia senatoria Fantuzzi, del 1521, che usò anche il cognome Elefantuzzi. Il loro blasone, infatti, era l’elefante. L’aveva cercato per tutto il perimetro (che era bello grande) ma niente, solo un’incisione in latino di cui l’unica parola che riusciva a decifrare era ad honorem. C’era un’altra notizia che aveva attirato la sua attenzione: anticamente metà della via portava un altro nome, via della ragazza.

Tornando verso casa, aveva ricominciato il suo gioco, che ormai faceva tutti i giorni per le strade del quartiere. Durante il primo lockdown camminava in piena notte in cerca d’ispirazione per i suoi racconti. Adesso era l’ispirazione che veniva a cercarla. 

Era per l’onore, per il grande merito che gli era stato conferito, che la famiglia Fantuzzi aveva ricevuto quell’emblema. La ragazza, figlia del senatore Fantuzzi, si era imbarcata per riscattare l’onore del fratello, trasportatore di elefanti dall’Africa alle corti dei sovrani d’Europa, per impreziosire i loro divertimenti. Ma era finito calpestato da un elefante durante il gioco del topo. 

La ragazza non si era limitata a far fiorire il trasporto di elefanti, ma era diventata la più grande domatrice del mondo, capace persino di convincerli a non calpestare il loro peggior nemico, il topo appunto. La ragazza era celebre per le sue mani lunghe e materne: li conquistava con le carezze.

Anche Anna voleva diventare grande in qualcosa, anche se li avevano di nuovo chiusi (sì meno di prima, ma in fondo la libertà era comunque poca). C’era davvero tutta la vita che le bastava in mezzo alle strade del suo quartiere, o le sue mani avevano bisogno di accarezzare qualcos’altro, o qualcun altro?

Sognava di imbarcarsi per l’Africa, o per l’America, e di smetterla di accontentarsi di viaggiare con la fantasia. Una volta nella vita voleva vederli anche lei, gli elefanti.


Mi chiamo Stella Dalla Costa, classe 1991. Sono editor e scrittrice. Qualche volta dipingo, e ogni tanto incido audiolibri, studio antropologia e dicono sia una grande cuoca. Sono nata tra le colline di Vicenza, che poi sono diventate i colli bolognesi, ormai da dieci anni. Bologna è casa, e la cornice accogliente di queste storie profondamente umane che ho avuto il piacere di scrivere per Instant Documentary. In fondo penso non ci sia niente di più taumaturgico che riconoscersi negli occhi di qualcun altro, specie se è molto diverso da noi.

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