Un telescopio sui pianerottoli. Dante – CdMF

“Cronache dal mondo fuori”, perché c’è ancora un mondo fuori, perché c’è sempre un mondo fuori!
La serie di racconti, disponibile anche in edizione audio per non vedenti, nasce dalle storie di chi ha voluto condividere con noi la propria esperienza dei giorni in isolamento nel 2020, per via dell’epidemia dovuta al Covid-19.
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Voce di Tommaso Valente

Il profumo del glicine

di Lorenzo Torcello

Bologna, mercoledì 15 aprile.

Le chiome già rosa delle magnolie, le edere e i rampicanti pronti a tingere di verde gli edifici della città, le nuove foglie e i getti giovani che emergono al sole. Tra gli indiscussi protagonisti di questo aprile in città, però, è il profumo del glicine che inonda gli angoli senza farsi quasi notare. Si volta lo sguardo alla sua vista, dov’è? Lo sento, sarà qui… Eccolo, si stende lungo patii, ringhiere, muretti e fiorisce, anche in verticale come sui mattoni rossi di un palazzo appena fuori le mura della città.
Nel silenzioso corridoio-giardino stretto sul lato a sud dell’edificio si affacciano sei appartamenti. Chi passa da quell’angolo rimane colpito dalla maestosità di quella pianta dai fiori violacei, lei è la vera padrona di casa, sembra si voglia affermare. Nel silenzio della strada, serena e quasi più felice, avvolge quelle mura e protegge chi ci vive.

Nessuno però, se non i soliti occhi lunghi e mattinieri del vicinato, avrà notato il naso e gli occhi cerulei dell’inquilino del piano più in alto che tra le otto e le nove di mattina si affaccia con iniziale timidezza e ispira quell’aria fresca, ancora un po’ umida che da quando c’è la primavera non sa neanche più tanto di smog o di strada. Profumo di glicine.
Una nuova abitudine per un signore che conta la sua novantesima primavera. Ha sempre amato i profumi e i suoni della natura, ma Dante non si affacciava da anni a sbirciare in quel modo la fioritura del glicine. Gli anni, le malattie, gli impegni, il tempo, i cambiamenti. Negli anni aveva osservato la città, gli edifici in ricostruzione, le ristutturazione dei portici e si era quasi dimenticato del risveglio mattutino di quell’agglomerato indistinto che dalla sua finestra si componeva, come in un quadro impressionista, di macchiette rosse e calde, della sua Rossa, e del verde degli ippocastani, dei ginko, dei gelsomini rampicanti… quando lo squillo del telefono interrompeva questa liturgia mattutina, lui lasciava perdere. Richiameranno più tardi, borbottava, chi vuoi che esca di casa, la prenderò poi. Di uscire ormai non se ne parlava più negli ultimi tempi se non per qualche passeggiata con i nipoti, ormai cresciuti, e con Badù la loro barboncina che lo amava sempre di più. Ma comunque tutto ciò era fuori discussione nell’ultimo mese, negato per decreto. Forse per questo aveva ripreso a scoprire il mondo fuori dalla finestra del suo salotto.

Vedeva dall’alto i suoi concittadini, senza però riconoscere i tratti di ognuno, la gran parte aveva “la mascherina dei superpoteri”, come ne parlava lui con la nipote più piccola al telefono per tranquillizzarla. Non devi averne paura, se hai quella puoi uscire di casa e andare a comprare i biscotti al supermercato o fare una passeggiata con Badù, ti da i superpoteri! A me non è arrivata ancora, ma non preoccuparti, il nonno è già forte, ci vedremo quando diventerai forte anche tu! E per farlo devi ascoltare la mamma e papà e fare i compiti a casa, vedrai che diventerai bravissima e fortissima!

Aveva salutato due volte i suoi nipoti dalla finestra, sventolando il fazzoletto rosso di Angelina sempre nella sua manica. Ciao nonno! urlava la più piccola, dopo aver provato a sollevare Badù per fargliela vedere, ma la barboncina agitava goffamente le zampe con la richiesta di poter continuare a odorare il polline e gli odori terrosi della primavera. Oltre ciò il mercoledì, generalmente a metà pomeriggio, un giovane uomo con pettorina e foglio diligentemente piegato e infilato nella tasca posteriore dei jeans si avvicinava cauto al palazzo per suonare proprio il citofono del sig. Dante, oltrepassava il cancelletto ed entrava salendo per tutti i piani, indisturbato e sicuro come fosse casa sua. Lo si può vedere dalla strada, per via dei grandi finestroni lungo le rampe dell’androne che filtrano luce e sguardi dall’esterno.
Prossimo al pianerottolo, l’uomo solitamente rallenta il ritmo e allunga la testa, inclinata per cercare di capire se Dante sia dietro la porta chiusa, come spera, o sull’uscio. Mercoledì si sorprende un po’ di non vederlo già, ma senza insospettirsi ne approfitta per lasciare il sacco che porta in spalla, una lettera da busta bianca con l’aletta aperta e si allontana di alcuni passi.

Toc, il bastone di legno contro la moquette. La porta si apre con lentezza e anticipato dal bastone e dal silenzio la figura alta e magra di Dante si presenta sull’uscio. Punta lo sguardo davanti a sé dritto e sicuro, ma non lo vede subito. 

-Dov’è finito?
-Sono qui sulle scale signor Dante, non l’ho vista subito e non volevo avvicinarmi troppo, sa.
-Capisco. 

Il bastone tocca il sacco sullo zerbino.

-Ha fatto bene, Valerio, ma farebbe anche meglio se riuscisse a posare il sacco sul tavolino che le indico sempre col bastone, temo di non riuscire a fare troppi sforzi oggi. Non sono mica come gli alberi dei Giardini Margherita, sarà primavera ma le mie nervature non sono più tanto verdi, oramai.

Valerio tentenna un attimo, poi asseconda il bisogno del beneficiario. Si rimette su e mentre Dante è di spalle per inserire una banconota blu nella busta e firmare il foglio in essa, lui osserva il corridoio davanti alla porta d’ingresso. È ben illuminato e giallo paglierino con dei carboncini molto eleganti dei portici di Bologna e uno grande che delinea il profilo in cima del santuario di San Luca. Al centro, tra i disegni, la cornice più sottile riporta la firma del sindaco di Bologna su un diploma datato quindici anni fa. Le nozze d’oro tra Dante e Angelina.

-É tutto al solito posto… e questi sono per lei, non mi faccia insistere com l’ultima volta!

-La ringrazio, ma le ripeto che non è necessario, vengo da lei molto volentieri. 

Il più giovane ripete la frase per farsi sentire meglio e Dante annuisce con un po’ di indifferenza a quelle parole.

-C’era molta gente? Com’è andata?, chiede poi. 
-Non troppa, tutto bene, ormai mi scambiano per un dipendente chiedendomi indicazioni, risponde sorridendo.
-Ma vedi un po’, lo conoscerà a memoria quel supermercato… le farà bene, bisogna sempre allenarla la memoria, le tornerà preziosa un giorno. Farà qualcosa di bello oggi?
-Non saprei, però mi piacerebbe ricominciare a correre, magari attorno al mio isolato più tardi.
-Bene, bene stia attento. Ora vada pure non la voglio trattenere a lungo, valà… avrà i suoi giri.

Valerio, coperto dalla mascherina, sorride salutando Dante. Ho messo le uova in cima, faccia attenzione! Rimbomba la voce nell’androne delle scale, ora meno illuminato. L’uomo comincia a scendere tra i piani del palazzo. Esce e accosta con cura il cancelletto. Estrae un foglio dalla tasca dei jeans e sbarra diligentemente alcune scritte con una penna nera.

Dante lo vede allontanarsi sereno dalla sua finestra. I suoi occhi chiari lo fissano e dopo un respiro profondo pensa: chissà se dietro la mascherina ha sentito anche lui il profumo del glicine.

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